Marcuse e Benjamin: la denuncia delle contraddizioni del presente
Marcuse e Benjamin: la denuncia delle contraddizioni
del presente
MARCUSE
La repressione dell'individuo nella civiltà industriale:
Herbert Marcuse, esponente della Scuola di Francoforte e figura centrale del pensiero critico degli anni Sessanta, denuncia la repressione "addizionale" dell'individuo operata dalla società industriale capitalista. A differenza di Freud, per cui la repressione era inevitabile, Marcuse ritiene che l’eccessiva subordinazione dell’uomo al principio di prestazione lo abbia alienato, riducendolo a semplice strumento produttivo. La sessualità viene ridotta a funzione utilitaristica e l’uomo finisce per accettare questa condizione come normale, in un processo di autorepressione. Prometeo diventa simbolo di questa razionalità produttiva alienante.
Le possibili vie per superare la repressione
Marcuse individua tre vie di salvezza:
- L’arte: come espressione non alienata dell’uomo, è simbolo di libertà e creatività. La figura di Orfeo rappresenta un ordine possibile senza repressione. L’arte mantiene viva l’utopia di un’esistenza libera dal lavoro coatto.
- L’eros: energia originaria, creativa e sovversiva. Sebbene sembri liberalizzata, la sessualità nella società industriale è in realtà controllata e depotenziata. Solo l’eros autentico può contrastare l’omologazione dominante.
- I nuovi soggetti rivoluzionari: ne L’uomo a una dimensione, Marcuse non vede più nei lavoratori industriali il soggetto del cambiamento, ma nei reietti ed emarginati della società opulenta. A loro spetta compiere il "Grande rifiuto" al sistema.
Il bisogno di emancipazione dell’uomo
Walter Benjamin, vicino alla Scuola di Francoforte, concepisce la filosofia come critica radicale della società capitalista e rifiuta ogni pensiero sistematico. Vede la salvezza solo in un “salto” rivoluzionario, un evento storico imprevedibile capace di rompere la continuità dell’oppressione. La sua è una visione tragica e messianica, dove il cambiamento nasce dal passato e dalla consapevolezza delle sue rovine, che possono stimolare una spinta verso un futuro più giusto.
L’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica
Nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), Benjamin afferma che la tecnologia ha trasformato l’arte, rendendola accessibile alle masse e sottraendola alla sacralità e all’esclusività borghese. La perdita dell’aura dell’opera d’arte permette a tutti di essere spettatori e creatori, democratizzando l’arte.
I nuovi orizzonti dell’arte
Benjamin non celebra ingenuamente la modernità, ma ne evidenzia le potenzialità emancipatrici. La riproducibilità tecnica apre all’arte nuovi contesti e pubblici, conferendole una valenza politica. Essa distrugge il modello ottocentesco elitario e, unita alle istanze delle avanguardie del Novecento, rende l’arte uno strumento rivoluzionario. L’accesso delle masse all’arte rappresenta per Benjamin una possibilità concreta di contestazione dell’ordine esistente e una via verso la felicità attraverso la sua distruzione.


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