Heidegger e il problema dell' "esserci"
HEIDEGGER
il problema dell' "esserci"
Gli studi e l’originale interpretazione della fenomenologia:
Martin Heidegger nacque nel 1889 a Messkirch. Inizialmente orientato verso la carriera religiosa, abbandonò l’idea di diventare gesuita per motivi di salute. Studiò teologia, matematica e scienze naturali all’Università di Friburgo, prima di dedicarsi alla filosofia. Si avvicinò al pensiero filosofico leggendo Brentano e Husserl, del quale divenne assistente nel 1919. Ottenne l’abilitazione all’insegnamento universitario (libera docenza) con una tesi su Duns Scoto. Nel 1923 fu nominato professore straordinario a Marburgo, dove maturò la sua riflessione originale. Nel 1927 pubblicò Essere e tempo, un’opera che applica in modo innovativo il metodo fenomenologico, spostando l’attenzione sull’essere e sull’esistenza umana. Ebbe tra i suoi allievi pensatori come Hans-Georg Gadamer, Karl Löwith e Hannah Arendt.
Nel 1933 aderì al nazismo e fu nominato rettore dell’Università di Friburgo. Sebbene si sia dimesso nel 1934 per dissensi con alcuni aspetti del regime, non prese mai una netta distanza pubblica dal nazismo, e questo resta un punto controverso della sua biografia.
La presa di distanza dai temi esistenzialistici:
Negli anni ’30, Heidegger evolve il suo pensiero abbandonando l’approccio esistenziale-antropologico per rivolgersi a un’indagine più radicale dell’essere stesso: questa fase è nota come la “svolta” (Kehre). Nella Lettera sull’umanismo (1947), prende esplicitamente le distanze da Jean-Paul Sartre e dall’etichetta di “esistenzialista”. Dopo la sospensione dall’insegnamento imposta dagli Alleati nel 1946 a causa del suo coinvolgimento col nazismo, riprese a insegnare nel 1951 e continuò a pubblicare molti scritti. Si ritirò nel 1955 nella Foresta Nera, dove visse fino alla morte nel 1976.
La domanda sull’essere:
Heidegger parte dalla fenomenologia di Husserl, ma se ne distacca rifiutando la concezione della coscienza come atto intenzionale astratto. L’attenzione si sposta sull’uomo come essere-nel-mondo (In-der-Welt-sein), cioè su un’esistenza concreta e situata. Per Heidegger, l’essere non deve essere definito come una “cosa”, ma interrogato nel suo senso. Solo l’uomo, in quanto ente che può porsi la domanda sull’essere, può essere il punto di partenza per questa indagine ontologica.
Il carattere propedeutico degli interrogativi sull’uomo:
Sebbene nella prima fase Heidegger si concentri sull’analisi dell’esistenza umana, questa non è il fine ultimo della sua filosofia. Lo studio del Dasein (esserci) è solo un passaggio propedeutico per giungere alla comprensione dell’essere. La “svolta” (Kehre) non implica un abbandono della questione originaria, ma un cambiamento di prospettiva: si passa da un approccio analitico-esistenziale a uno più propriamente ontologico.
L’uomo come “esserci” e possibilità:
Per Heidegger, l’uomo è Dasein (“esserci”), un essere gettato nel mondo e definito dall’apertura all’essere e dalla sua progettualità. La sua esistenza è caratterizzata dalla possibilità e dalla libertà, non da una natura fissa. Vive nel mondo in un rapporto pratico e operativo con le cose, che si presentano inizialmente come strumenti in un contesto di uso quotidiano. Qui Heidegger si discosta da Husserl, ponendo l’accento su un’esistenza concreta, piuttosto che su una coscienza astratta.
Il modo d’essere della comprensione:
L’uomo comprende il mondo a partire da un orizzonte pre-esistenziale di senso, attraverso la totalità delle relazioni tra le cose. Ogni ente acquista significato all’interno di un contesto pratico e relazionale. La comprensione è un processo interpretativo continuo, definito “circolo ermeneutico”, in cui il comprendere presuppone sempre una pre-comprensione. La conoscenza, quindi, non è un atto logico astratto, ma un evento interpretativo radicato nell’esistenza.
Il modo d’essere della cura:
L’essere dell’uomo si manifesta come cura (Sorge): egli è gettato nel mondo e si prende cura del proprio essere e del mondo che lo circonda. La cura esprime anche la struttura temporale dell’esistenza umana, che si proietta verso il futuro, rielabora il passato e vive nel presente. La progettualità dell’uomo può essere autentica, quando egli assume consapevolmente il proprio destino, oppure inautentica, quando si conforma alle aspettative anonime della società.

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